8 commenti su ““The Martian”: novello Crusoe e piatto anti-Amleto contemporaneo

  1. No, ragazzi, non ci siamo: non si può scrivere la recensione di un film così tecnico senza conoscere un minimo di scienza astronautica e dei fatti che ci sono dietro.
    Tutti gli astronauti (TUTTI gli astronauti) passano attraverso una selezione e un addestramento così duri e ripetitivi da instillare in loro gli automatismi necessari a sopravvivere.
    E’ stato proprio questo addestramento che ha salvato il nostro Luca Pamitano nel luglio 2013 dal morire soffocato nella sua tuta ev durante una uscita extraveicolare: il suo istinto di sopravvivenza e la estesa preparazione militare e della NASA gli hanno consentito di tornare faticosamente all’airlock dopo che l’impianto di raffreddamento della tuta si era rotto riempiendogli il casco con 1.5 LT di acqua, togliendogli vista, udito e respirazione nel vuoto dello spazio.
    Chi ha un minimo di conoscenza della gravità, saprà come si comportano i liquidi in assenza della stessa. Beh, immaginate di trovarvi all’interno di uno scafandro senza possibilità di pulirvi la faccia mentre sulla vostra fronte inizia ad accumularsi una gigantesca bolla d’acqua che si diffonde via via fino a togliervi le comunicazioni radio con chi dovrebbe salvarti, la vista e alla fine otturandoti anche le vie aeree. E devi trovare un modo per raggiungere l’airlock, la salvezza andando praticamente alla cieca, là fuori, senza apparenti punti di riferimento.
    Lì, se non sei un “uomo-macchina”, se non sei un “robot” pre-addestrato con migliaia di simulazioni a terra, semplicemente muori. Punto e basta!

    Mentre vedevo ieri le gesta di Mark Watney, mi ritrovavo con ciò che è successo nella realtà ai nostri astronauti e si capiva chiaramente come solo l’addestramento (nella fiction, ovvio), avrebbe potuto salvarlo da una situazione senza uscita. Ill protagonista del film ha fatto ricorso al suo istinto di sopravvivenza mettendo in atto una tabella di marcia di mesi per realizzare un piano di salvataggio difficilissimo. E ci è riuscito grazie alla sua determinazione ed alla freddezza di un addestramento ai limiti dell’umano.
    Fatevi un giro al JPL e vedete come vengono addestrati gli astronauti dopodichè tutto quello che vedrete in The Martian vi sembrerà regolare.

    • Ciao Alessio! Ti ringrazio per il tuo messaggio. Capisco la tua argomentazione e l’obiezione, che infatti avevo previsto (“Voi direte: beh, se si fosse lasciato andare alla disperazione, è ovvio che sarebbe morto presto e non sarebbe stato un eroe da tutti celebrato al rientro.
      Ok, accetto l’obiezione.”). Per quanto comunque il film cerchi di essere fedele tributo alla scienza, nella scena finale del salvataggio tutto converge più nel genere fantascientifico (guarda caso hanno sfruttato proprio quell’1% -o forse meno- di possibilità di salvezza che ha un uomo scagliato nello spazio in una capsula coperta da un telone).
      In ogni caso, non convieni con me che questo film sia molto noioso? La mia critica è anche questa: dopo 30 minuti sappiamo già che il film sarà a lieto fine. Watney é infatti più simile a un Superman coi superpoteri piuttosto che a un semplice bravo scienziato: e a Superman, come noto, va sempre tutto bene.
      Qualche passaggio introspettivo-riflessivo in più secondo me non avrebbe fatto male al film (magari anche da parte di un narratore esterno, o anche solo attraverso inquadrature simboliche, non rappresentando il protagonista che si dispera come una mammoletta, questo no).
      Insomma, a me nel film è mancata la stratificazione dei sensi e delle interpretazioni: di senso ce n’è solo uno, quello letterale, che dopo aver portato un po’ di divertimento allo spettatore è condannato a perdersi nell’oblio.

      • Noioso no. Ho apprezzato tutta la “manfrina” tecnologica perché molto vicina a quella attuale e premonitrice di quella che sarà fra 15 anni, data ipotetica della vera partenza della missione umana su Marte. Mi fido, tra l’altro, della recensione critica della nostra Astro-Samantha che in parte viene incontro alla tua: la prima metà del film è perfetta, la seconda metà e fantascientifica per le molte imprecisioni scientifiche necessarie però ai fini dello sviluppo della trama. Ho preso il film per quello che è conscio del fatto che, se fosse successa nella realtà una cosa simile (o se mai succederà)-, dai futuri esploratori di Marte non ci aspettiamo che questo: freddezza di calcolo ed esecuzione, sangue freddo, tanto coraggio e determinazione e poca psicologia. Non per niente la prevalenza degli equipaggi delle missioni spaziali è sempre composta da militari super-addestrati. Ci sarà un motivo? 🙂

      • Certo non metto in dubbio i duri addestramenti militari degli astronauti! Però un film, per quanto verosimile, resta pur sempre fiction: la mia critica è sul film in quanto tale, non certo sull’operato della Nasa. Secondo me la commistione di scienza e fantascienza è data proprio dal fatto che si sono accorti che senza un colpo di scena finale il film sarebbe risultato soporifero… in ogni caso, io non ho apprezzato molto questa commistione: piuttosto preferivo un bel docu-film serio su Marte e come si potrebbe vivere su Marte, o sul lavoro degli astronauti. Scott invece ha voluto intrecciare (fanta)scienza, azione e genere diaristico ed è venuto fuori un gran mappazzone e basta. Questo film insomma dimostrava di avere più pretese di un docu-film, ma non è riuscito a sviluppare con successo nessun filone (né quello scientifico, né quello di avventura, né quello introspettivo-diaristico).
        Se sei regista devi fare una scelta coerente: o sei verosimile dall’inizio alla fine, o scegli la via dell’inverosimile, ma mantienila! Dato che per produrlo hanno speso un sacco di soldi, secondo me potevano fare un prodotto filmico molto migliore.
        Comunque mi interesserebbe leggere la recensione di Samantha, dove la trovo? Grazie 🙂

    • Grazie Alessio! Ho visto le interviste. Beh direi che possiamo essere entrambi d’accordo con Samantha! Anche lei ammette che si sorvola molto sull’analisi dei disagi psicologici del protagonista. Ribadisco che, secondo me, il film è troppo inverosimile e poteva essere meglio incanalato nei canoni della verosimiglianza, ma già il libro era strutturato così, quindi diciamo, rimane soprattutto una questione di gusti! 🙂

      • “Troppo inverosimile”? Ok, ragioniamoci un attimo.

        La cosa di cui mi stupisco riguardo a questo film è vedere come tutti si lamentino della presunta poca verosimiglianza della trama, noncuranti del fatto che siamo continuamente sommersi da film e telefilm (non solo quelli di fantascienza, ma anche quelli di azione in generale) completamente avulsi dalla realtà in ogni minimo particolare. Quando invece si guarda un film tratto da uno dei libri di hard-scifi più acclamati degli ultimi anni, allora ognuno ha la propria scena impossibile preferita. Qui non sta bene il finale, ad altri che ho sentito non stava bene il nastro adesivo posto a coprire l’entrata distrutta dell’hub. Ognuno ha la sua critica, ma ci si dimentica una cosa fondamentale: questo sottogenere di fantascienza deve essere realistico, coerente e scientificamente verosimile. Non dev’essere una pubblicazione scientifica peer-reviewed. Ma soprattutto dev’essere “fanta”-scienza, non un documentario. La fantascienza è un genere che nasce esattamente dall’ammissione di qualche divagazione dalla realtà, dalla quale però si deve poi sviluppare una trama coerente. Questo The Martian lo fa e lo fa bene.

        Sono d’accordissimo sulla critica riguardo alla poca introspezione psicologica. Tuttavia, mi sembra sia l’unica vera pecca del film. Se parliamo della verosimiglianza, io devo fare invece un grande applauso.

        Mi spiego: per cominciare, una volta tanto abbiamo un film di fantascienza in cui le parole tecniche e scientifiche pronunciate dai protagonisti non sono tecno-supercazzole senza significato. Persino la procedura con cui Mark modifica il software del mars rover cambiandone il codice con un editor esadecimale è più che verosimile. Mai vista una cosa del genere dai tempi dell’hackeraggio di Trinity in The Matrix.

        Far crescere patate su Marte? È possibile: la composizione chimica del terreno è adatta alla coltivazione. Creare acqua da idrogeno e ossigeno? È possibile, e la procedura descritta nel film è corretta. Le radiazioni del plutonio? Quei contenitori sono palesemente schermati. Sulla terra si trasporta uranio nei camion, vi vorrei ricordare. Certo, per pensare alle patate ci voleva il culo di essere un botanico, ma hey, ecco un’altra cosa inusuale: il supereroe sopravvive coltivando patate! Non con la forza bruta o con chissà quale atto di eroico coraggio. No, sopravvive semplicemente perché ha studiato. Ce ne dovrebbero essere molti di più di film del genere a lanciare questo messaggio, e invece lo si etichetta come “nerd” e si passa oltre.

        Per una volta nella storia del cinema, abbiamo che il tecnico che trova la soluzione (la fionda gravitazionale intorno alla Terra), dopo il lampo di genio passa giorni (se non settimane, non si capisce bene) a ragionarci su, e ore davanti al supercomputer ad aspettare che i calcoli vengano ultimati, invece della solita scena in cui il genio di turno batte 20 secondi tasti a caso sul computer e poi dice “ho trovato!”. Bonus per aver scelto un attore di colore per il ruolo.

        C’è poi il discorso di come è stata dipinta la NASA: il conflitto interno su come presentare all’opinione pubblica la notizia non è stato un triste teatrino voluto dal regista per rendere il film ancora più asettico. È un tentativo dell’autore di dipingere il bilico in cui si trova l’agenzia negli ultimi anni, con i fondi decimati dall’amministrazione Bush, il ritiro dello Shuttle, il disperato tentativo di non farsi togliere fondi per i progetti di climatologia, le lotte con il congresso per l’approvazione delle spese di ogni singola vite. L’opinione pubblica sulle missioni spaziali, che grazie alla sonda Rosetta (e qui in Italia grazie anche alla Cristoforetti) da un po’ di tempo sta tornando ad essere positiva, è fondamentale per il futuro non solo della NASA ma anche delle operazioni ESA. Il fatto che molte delle decisioni nei piani alti dipendano da questo è una delle note più verosimili del film.

        Ripeto: sono d’accordo sul fatto che potevano farci conoscere meglio i personaggi, soprattutto il protagonista, ma un film di fantascienza che riesce a fare così bene il suo mestiere non lo posso criticare più di tanto solo per questo motivo.

      • Ciao Nicola, innanzitutto grazie per essere passato dal blog! Capisco le tue ragioni ma non per tutte sono d’accordo.
        Beh se lo chiamiamo film di FANTAscienza allora tutto torna. Il punto è che ho avuto la senzazione che durante l’intero film si cerchi si mantenere un tono pseudodumentaristico per poi sfociare malamente nel genere d’azione. Tutto verosimile e coerente, ok, ma la commistione fra generi non mi è piaciuta. Inoltre, secondo me la scelta del genere diaristico non si sposa minimamente con la penuria dei momenti di introspezione.
        Giusto che il protagonista sia celebrato e si salvi grazie agli STUDI: condivisibile e costruttivo. Tuttavia penso che sia stato dipinto come troppo poco umano e privo di emozioni per suscitare empatia nello spettatore e quindi produrre su di lui un qualsiasi effetto.
        Non ho capito l’ultima parte del tuo discorso: il film quindi voleva essere uno spottino per NASA/ESA? Questo giustifica il fatto che sia un film dimenticabile e ad obsolescenza programmata.
        Infine, ripeto che la mancanza di spessore del film sta non solo nel fatto di non aver approfondito i caratteri dei personaggi ma anche e soprattutto di non aver proposto chiavi di lettura su più livelli (figurate). Ad esempio un parallelismo tra situazione del singolo e situazione dell’umanità. Nada.
        Niente da aggiungere, giusto lo facevo un film più ambizioso.

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